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Sono nato a Torino nel 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale, da una famiglia borghese. Mio padre era funzionario di banca e la vita in città, in quegli anni, era difficile anche per famiglie come la mia. Non era facile reperire il cibo.

Nei primi anni della guerra ricevevamo uova, formaggi, frutta e verdura da un contadino che conduceva una tenuta agricola di nostra proprietà, ma con il proseguire della guerra non gli fu più possibile raggiungere la città. Fu così che conobbi l’olio e lo zucchero solo dopo la fine del conflitto.

Mi sono laureato nel 1977. Ho scelto di fare il notaio perché interessato ad una professione che permettesse il contatto umano. Avevo escluso la professione medica per una certa paura del sangue e, dopo l’esame da procuratore legale, ho escluso la professione forense – che comporta lo schierarsi a favore di qualcuno contro qualcun altro – preferendo una professione più neutrale: le parti in causa sono clienti allo stesso modo.

Nel 1978, per ragioni professionali, incontrai il notaio Aldo Billia che esercitava a Sant’Antonino, lui mi descrisse la realtà e l’ambiente di quel paese e mi parlò delle persone rappresentative ed importanti della Valle di Susa: tra queste mi parlò di Mario Celso, che si distingueva dalle altre per la capacità di guardare “al di là delle cose”. L’impressione mi fu confermata dalla conoscenza diretta, non solo dall’apparenza – lo ricordo come un uomo tutto d’un pezzo e autorevole – ma dal modo con cui affrontava le cose, non certo solo dal punto di vista pratico: pur essendo un imprenditore non guardava solo agli aspetti economici della sua attività e non certo solo al breve periodo, amava guardare più lontano.

Sapevo delle sue capacità di inventore, del suo amore per gli aspetti tecnici di ogni innovazione, della possibilità di creare dal nulla cose nuove. Fu senz’altro un uomo lungimirante e non strettamente legato al ruolo di imprenditore, nel senso che non era interessato al mero accumulo di denaro. Non era persona interessata alle frequentazioni del suo livello, per quel che so, non disdegnava, anzi apprezzava, la compagnia di persone semplici.

Non era interessato a creare un’impresa efficiente e ricca bensì a mettere a frutto le sue capacità superiori. Ciò che derivava, per lui, era solo una conseguenza.
Era certamente un uomo di fascino, nei dialoghi che abbiamo avuto negli anni ho sempre ascoltato cose interessanti e nei dibattiti, talvolta lunghi e intricati, era spesso un gradino sopra la media, un gradino oltre: si sa chi è più in alto vede più lontano. Ma fu una persona buona anche nei confronti dei suoi collaboratori diretti.

Durante i nostri incontri professionali non ci limitavamo a trattare gli argomenti legati alla documentazione che si doveva preparare e concordare per via dell’azienda, c’era sempre una coda nel discorso. Mi faceva piacere trattenermi a chiacchierare, con lui mi trovavo bene perché era una persona di un’intelligenza pura fuori dal comune. Non si parlava solo di lavoro, i suoi discorsi andavano sempre verso l’essenziale delle cose e al senso della vita. Parlava spesso della famiglia, soprattutto di sua moglie. Si intuiva una profonda intesa con la moglie, una donna speciale, che, molto più pratica del signor Celso, ben compensava la personalità del marito, e che l’ha aiutato molto nel gestire l’azienda e le diverse attività. I matrimoni diventano validi con il tempo.

Ha saputo usare bene i suoi talenti ed è stato coraggioso nell’avviare l’impresa credendo molto nelle sue scoperte, mettendosi in gioco anche al di là delle frontiere del suo paese natio e poi dell’Italia. È stato anche premiato dalla fortuna.

Ha avuto l’umiltà tipica delle persone che conoscono e dominano i propri limiti. Questa sua capacità gli ha consentito di ottenere successo sul piano umano e professionale: è l’umiltà delle persone intelligenti. Era uno di quegli imprenditori che amano veramente l’azienda e la IREM era un po’ come un terzo figlio: così accadde – proprio come talvolta capita con i figli – che fece per la IREM scelte poco imprenditoriali, ovvero senza preoccuparsi del risultato economicamente più vantaggioso.

Il conseguimento del premio Oscar è significativo anche da questo punto di vista. Non è stato lui a cercarlo ma sono stati gli stranieri a scoprirlo, superando la loro tipica diffidenza. Hanno capito il valore della persona, dell’azienda e dei suoi prodotti.

Conservava la statua in bella mostra nel suo studio, a casa, dove ho potuto vederla in occasione di una festa: si capiva che era orgoglioso del riconoscimento ottenuto e per molti aspetti insperato, ma proprio per questo molto più importante.

Torino, 20 febbraio 2014